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 Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Enna
Piano Triennale per la Prevenzione della Corruzione e per la Trasparenza 2020-2022
Proposto dall’Avv. Maria Pia Aria, consigliere dell'Ordine (Responsabile Unico della Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza nominato con delibera del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Enna del 29 gennaio 2020).
Adottato con Delibera del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Enna in data 29 gennaio 2020.
Presentazione
Il presente documento costituisce il Piano Triennale per la Prevenzione della Corruzione e per la Trasparenza (PTPCT) per il triennio 2020 – 2022, predisposto dal consigliere Avv. Maria Pia Aria, sulla base delle disposizioni contenute nella legge n. 190/2012 e nel d.lgs. 33/2013 (come modificati dal D.Lgs. 97/2016), nel Piano Nazionale Anticorruzione (PNA) per l’anno 2016 (delibera n. 831 del 3 agosto 2016) e conseguenti suoi Aggiornamenti (da ultimo la delibera n. 1074 del 21 novembre 2018). La normativa in materia di prevenzione della corruzione e di trasparenza trova applicazione anche alle fondazioni che rientrano nella categoria degli enti di diritto privato in controllo pubblico, in considerazione anche di quanto precisato dal Piano nazionale anticorruzione 2016 pubblicato con deliberazione n. 831 del 3 agosto 2016 il quale estende l’ambito di attuazione della normativa, in quanto compatibile, appunto a “associazioni, fondazioni e enti di diritto privato comunque denominati, anche privi di personalità giuridica, con bilancio superiore a cinquecentomila euro, la cui attività sia finanziata in modo maggioritario per almeno due esercizi finanziari consecutivi nell’ultimo triennio da pubbliche amministrazioni e in cui la totalità dei titolari o dei componenti dell’organo di amministrazione o di indirizzo sia designata da pubbliche amministrazioni”.
Il consigliere Avv. Maria Pia Aria, in ottemperanza a quanto sopra, e per quanto possibile, ha altresì tenuto conto delle “Nuove linee guida per l’attuazione della normativa in materia di prevenzione della corruzione e trasparenza da parte delle società e degli enti di diritto privato controllati e partecipati dalle pubbliche amministrazioni e degli enti pubblici economici” contenute nella Delibera ANAC n. 1134 del 8 novembre 2017.
Per rendere agevole la consultazione del documento, i due Piani, corruzione e trasparenza, ancorché coordinati l’un con l’altro, sono mantenuti distinti, ciascuno con un proprio indice, in modo che con immediatezza possano essere identificati gli eventuali temi di interesse.
In considerazione della caratteristica di Ente Pubblico non Economico del Consiglio dell’Ordine, ente a carattere associativo ad appartenenza obbligatoria che non utilizza fondi pubblici e che non esercita attività sostitutiva erariale per conto dello Stato, ha determinato la scelta della redazione di un Piano Triennale integrato di Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza.
Si rappresenta che il seguente piano è integrabile e /o modificabile in base alle esigenze che si presenteranno.
La finalità dei Piani integrati tra loro assolve all’esigenza sia di prevenire i fenomeni corruttivi che quella di rendere pubbliche e trasparenti le modalità operative di comportamento del Consiglio.

 SEZIONE I
LA PREVENZIONE DELLA CORRUZIONE
Sommario
1. Introduzione
1.1. Struttura del Piano triennale di prevenzione della corruzione e i suoi obiettivi
1.2. Destinatari del Piano
2. Quadro normativo
3. Elenco dei reati
4. La metodologia seguita
5. Le misure di carattere generale
6. Il c.d. whistleblowing
7. La formazione e la comunicazione
SEZIONE II
LA TRASPARENZA
Sommario
1. Introduzione
2. Fonti normative
3. Contenuti
4. Comunicazione
5. Accesso Civico e Accesso Generalizzato
Allegato A - Aree di rischio
Allegato B - Misure di prevenzione
Allegato C - Attestazione del responsabile della prevenzione della corruzione

 SEZIONE I
La Prevenzione della Corruzione

 1. INTRODUZIONE
1.1 Struttura del Piano triennale di prevenzione della corruzione e della traparenza.
Il PTPCT dell’Ordine degli Avvocati di Enna è stato elaborato in attuazione delle disposizioni di cui alla Legge n. 190/2012, tenendo altresì conto dei contenuti del Piano Nazionale Anti corruzione (PNA 2016, contenuto nella Deliberazione ANAC n. 831 del 3 agosto 2016) e delle prassi applicative in materia, tenendo peraltro conto delle specificità organizzative e strutturali e della peculiarità della natura dell’ente e delle attività svolte.
Sono state tenute in considerazione anche le Linee Guida ANAC n. 1309 e 1310 del 28/12/2016 oltre che, ove possibile, le “Nuove linee guida per l’attuazione della normativa in materia di prevenzione della corruzione e trasparenza da parte delle società e degli enti di diritto privato controllati e partecipati dalle pubbliche amministrazioni e degli enti pubblici economici” previste dalla Delibera ANAC n. 1134 del 8 novembre 2017).
Pertanto, tenuto conto della peculiarità dell’attività svolta il Piano Triennale per la Prevenzione della Corruzione si sottrae ad alcune regole imposte dalla Legge n. 190/2012 per la generalità degli Enti Pubblici sottoposti alla normativa in materia.
Il presente PTPCT si pone in linea di continuità con le iniziative sin qui adottate dall’Ordine anche al di fuori di specifici obblighi previsti dalla legge con la finalità di promuovere la legalità, l’etica e l’integrità nei comportamenti di coloro che operano nell’interesse dell’Ordine.
L’assenza all’interno dell’Ordine di dirigenti di prima fascia, secondo quanto stabilito nell’art.1, comma 7 della Legge n.190/2012, ha indotto, in conformità a quanto previsto dalla delibra n.831 del 2016 Anac – pagg.50 e 51), il Consiglio a nominare quale Responsabile della Prevenzione della Corruzione e trasparenza (RPCT) l’Avv. Maria Pia Aria, professionsita dotata dei requisiti richiesti per l’esercizio delle funzioni.
Tale soggetto ha assunto altresì il ruolo di Responsabile della Trasparenza.
Al fine di procedere alla definizione del PTPCT, è stato sviluppato un progetto articolato in una pluralità di fasi, realizzato da un gruppo di lavoro interno all’Ordine, coordinato dal RPC.
1.1.2. Entrata in vigore, validità ed aggiornamenti.
Il presente PTPCT è stato approvato dal Consiglio dell’Ordine con delibera del 29 gennaio 2020 ed entra in vigore il 29 gennaio 2020 con pubblicazione online sul sito istituzionale e trasmissione all'Anac.
Il Piano ha validità triennale.
Si rappresenta che il PTPCT è un documento programmatico, per sua natura dinamico e variabile, posto che deve “vivere” nella quotidiana operatività dell’Ordine, regolamentando le modalità di gestione delle attività e così indirizzando tutti coloro che, Consiglieri o dipendente, agiscono per il perseguimento degli obiettivi affidati dalla Legge Professionale o comunque agli stessi correlati.
In ottemperanza a quanto previsto dall’art. 1, comma 8, della Legge n. 190/2012, il documento sarà aggiornato entro il 31 gennaio di ciascun anno.
L’esigenza di aggiornamento del PTPC può derivare:
- da modifiche normative che abbiano ad oggetto la disciplina in materia di prevenzione della corruzione, la regolamentazione dei reati contro la Pubblica Amministrazione o dei reati che comunque potrebbero costituire forme di abuso da parte del pubblico agente;
- da modifiche normative e regolamentari che incidano sul perimetro delle attribuzioni, delle attività o dell’organizzazione dell’Ordine;
- dagli orientamenti espressi dall’ANAC in sede di attività consultiva o di vigilanza;
- dalla individuazione di nuovi fattori di rischio;
- dalla emersione di lacune del PTPC o comunque di situazioni sintomatiche della sua inidoneità ravvisate dal RPC, anche in seguito all’accertamento di violazioni delle misure preventive, in conformità a quanto previsto dall’art. 1, comma 10, della Legge n. 190/2012.
Come previsto dal dell'art. 1, comma 10, della Legge n. 190/2012, il RPCT provvederà, inoltre, a proporre al Consiglio la modifica del Piano ogni qualvolta siano accertate significative violazioni delle prescrizioni in esso contenute. Il RPCT potrà, inoltre, proporre delle modifiche al presente documento qualora ritenga che circostanze esterne o interne all'ente possano ridurre l'idoneità del Piano stesso a prevenire il rischio di corruzione o limitarne la sua efficace attuazione.
Obiettivi
L’attuazione del PTPCT risponde all’obiettivo dell’Ordine di rafforzare l’osservanza dei principi di legalità, correttezza e trasparenza e garantire la prevenzione di qualsiasi condotta abusiva da parte di coloro che operano per conto dell’Ordine, oltre a scongiurare il rischio di consumazione di fatti corruttivi puniti dalla legge penale, tutela la reputazione e la credibilità dell’azione dell’Ordine nei confronti degli Iscritti e di tutti coloro che interloquiscono con l’Ente stesso.
In questa sede le situazioni rilevanti comprendono l’intera gamma dei delitti contro la Pubblica Amministrazione, disciplinata nel Titolo II, Capo I, del codice penale ma anche quelle ipotesi in cui, a prescindere dalla configurabilità di reati, “venga in evidenza un malfunzionamento dell’amministrazione a causa dell’uso a fini provati delle funzioni attribuite ovvero l’inquinamento dell’azione amministrativa ab externo, sia che tale azione abbia successo sia nel caso in cui rimanda a livello di tentativo” (cfr PNA, pag. 13).
In questo senso deve chiarirsi che la nozione di corruzione che il presente Piano intende prevenire deve essere intesa in un’accezione più ampia di quella penalistica, disciplinata negli articoli 318 e ss c.p.
Il fine delle disposizioni contenute nel PTPCT intende quindi favorire l’attuazione di comportamenti individuali eticamente corretti, oltre che rispettosi della legge e dei principi di corretta amministrazione. Il PTPCT è finalizzato anche a:
= determinare la piena consapevolezza in capo ai destinatari che il manifestarsi di fenomeni di corruzione espone l’Ordine a gravi rischi soprattutto sul piano dell’immagine, e può produrre delle conseguenze sul piano penale e disciplinare a carico del soggetto che commette la violazione;
= assicurare la correttezza e la trasparenza dei rapporti tra l’Ordine e i soggetti che con esso intrattengono relazioni di qualsiasi genere, anche verificando e vigilando su possibili conflitti d’interesse;
= sensibilizzare tutti i soggetti destinatari ad impegnarsi attivamente e costantemente nell’attuare le misure di contenimento del rischio previste nel presente documento e nell’osservare le procedure e le regole interne, sollecitando il RPC ad ogni modifica del Piano utile ai fini del suo rafforzamento;
= coordinare le misure di prevenzione della corruzione con i controlli che devono essere attuati per vigilare sul rispetto delle disposizioni sulla inconferibilità e incompatibilità degli incarichi previste dal D.Lgs. 39/2013.
1.2 Destinatari del Piano
E’ indubbio come al fine di realizzare una efficace attività di prevenzione di fenomeni corruttivi e devianze nell’operato dei singoli, sia indispensabile un costante coordinamento tra le attività del RPC e quella di tutti coloro che operano all’interno o nell’interesse dell’Ordine, in primis i Consiglieri.
Tutti costoro assumono una specifica responsabilità in relazione all’osservanza delle misure contenute nel presente Piano e al suo aggiornamento, fungendo da referenti stabili del RPC.
In base alle indicazioni contenute nella legge n. 190/2012 e nel PNA i destinatari del PTPCT sono i seguenti:
1. i componenti del Consiglio;
2. il personale dell’Ordine, a tempo indeterminato e determinato;
3. i componenti delle Commissioni e dei Comitati (anche se esterni);
4. i consulenti;
5. i revisori dei conti;
6. i titolari di contratti per lavori, servizi e forniture;
7. tutti coloro che, anche nei fatti, operano per conto o nell’interesse dell’Ordine.
Obbligatorietà
È fatto obbligo a tutti i soggetti indicati di osservare scrupolosamente le norme e le disposizioni contenute nel presente Piano. La violazione delle predette misure è sanzionata in modo diverso, tenendo conto del ruolo ricoperto dall’autore della violazione stessa:
- nel caso di ipotizzata violazione da parte dei Consiglieri, il RPC comunica il fatto al Consiglio per le determinazioni del caso;
- nel caso di ipotizzata violazione da parte dei dipendenti, si configura un illecito disciplinare, secondo quanto stabilito dall’art.1, comma 14 della Legge n. 190/2012;
- nel caso di ipotizzata violazione da parte di soggetto esterno all’Ordine, vengono attivate le clausole contrattuali volte a dare rilevanza a tali comportamenti ai fini della risoluzione del contratto e del risarcimento del danno;
- nel caso di ipotizzata violazione da parte di soggetti che compongono Commissioni o Comitati, nominati dal Consiglio dell’Ordine, il RPC comunica il fatto al Consiglio per le determinazioni del caso.
Verrà di seguito esaminata la violazione del piano da parte del Responsabile stesso.
2. Quadro normativo
La normativa di riferimento presa in considerazione nella predisposizione del PTPCT è costituita prevalentemente da:
• la Legge 6 novembre 2012, n. 190, “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e della illegalità nella pubblica amministrazione” ;
• il Piano Nazionale Anticorruzione predisposto dal Dipartimento della Funzione Pubblica ed approvato in data 11 settembre 2013 con la delibera dell’A.N.AC. n. 72/2013 ed i relativi allegati;
• il Decreto Legislativo 14 marzo 2013, n. 33, “Riordino della disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni" ;
• il Decreto Legislativo 8 aprile 2013, n. 39, “Disposizioni in materia di inconferibilità e incompatibilità di incarichi presso le pubbliche amministrazioni e presso gli enti privati in controllo pubblico, a norma dell’articolo 1, commi 49 e 50, della legge 6 novembre 2012, n. 190"". Nella predisposizione del Piano sono state considerate, limitatamente alle parti che disciplinano le regole di comportamento che devono essere osservate dai dipendenti pubblici ed il conseguente procedimento disciplinare, le disposizioni seguenti:
• il Decreto Legislativo 30 marzo 2001, n. 165, “Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche’";
• il Decreto Legislativo 27 ottobre 2009, n. 150, “Attuazione della legge 4 marzo 2009, n.15, in materia di ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico e di efficienza e trasparenza delle pubbliche amministrazioni";
• il D.P.R. 16 aprile 2013, n. 62, intitolato “Regolamento recante codice di comportamento dei dipendenti pubblici, a norma dell’articolo 54 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165";
• la delibera n. 75/2013 “Linee Guida in materia di codici di comportamento delle pubbliche amministrazioni";
• il decreto legge 31 agosto 2013, n. 101, “Disposizioni urgenti per il perseguimento di obiettivi di razionalizzazione nelle pubbliche amministrazioni" convertito in legge il 30 ottobre 2013, n. 125.
Si rappresenta che, per una preliminare individuazione delle aree a rischio, è stata presa in attenta considerazione la Legge professionale 31 dicembre 2012, n. 247; a tale proposito deve sinora evidenziarsi come il menzionato Provvedimento, nell’indicare le attività demandate agli Ordini, consenta di identificare le attività nell’ambito delle quali i Consiglieri e coloro che ne attuano le delibere potrebbero trovarsi ad agire funzionalmente quali pubblici agenti.
3. ELENCO DEI REATI
Si è fatto riferimento ad un'accezione ampia di corruzione, prendendo in considerazione i reati contro la Pubblica Amministrazione disciplinati nel Titolo II, Capo I, del codice penale e, più in generale, tutte quelle situazioni in cui, a prescindere dalla rilevanza penale, potrebbe emergere un malfunzionamento a causa dell’uso a fini privati delle funzioni attribuite, ovvero l’inquinamento dell’azione amministrativa ab externo, sia che tale azione abbia successo sia nel caso in cui rimanga a livello di tentativo.
Nel corso dell'analisi del rischio sono stati considerati tutti i delitti contro la pubblica amministrazione e, date le attività svolte, in fase di elaborazione dello strumento, l’attenzione si è focalizzata in particolare sulle seguenti tipologie di reato.
a. Articolo 314 c.p. - Peculato.
b. Articolo 316 c.p. - Peculato mediante profitto dell’errore altrui.
c. Articolo 317 c.p. - Concussione.
d. Articolo 318 c.p. - Corruzione per l'esercizio della funzione.
e. Articolo 319 c.p. - Corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio.
f. Articolo 319 ter - Corruzione in atti giudiziari.
g. Articolo 319 quater - Induzione indebita a dare o promettere utilità.
h. Articolo 320 c.p. - Corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio.
i. Articolo 318 c.p.- Istigazione alla corruzione.
j. Articolo 323 c.p. - Abuso d’ufficio.
k. Articolo 326 - Rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio.
l. Articolo 328 c.p. - Rifiuto di atti d'ufficio. Omissione.
Il Dipartimento della Funzione Pubblica, con la Circolare numero 1 del 25 gennaio 2013 che ha fornito una prima chiave di lettura della normativa, ha spiegato che il concetto di corruzione della Legge n. 190/2012 comprende tutte le situazioni in cui, nel corso dell'attività amministrativa, si riscontri l'abuso da parte d’un soggetto pubblico del potere a lui affidato al fine di ottenere vantaggi privati. Il Piano Nazionale Anticorruzione (PNA) approvato l’11 settembre 2013 (ANAC deliberazione n. 72/2013) ha ulteriormente specificato il concetto di corruzione da applicarsi in attuazione della legge 190/2012, ampliandone ulteriormente la portata rispetto all’interpretazione del Dipartimento della Funzione Pubblica. “Le situazioni rilevanti sono più ampie della fattispecie penalistica, che è disciplinata negli artt. 318, 319 e 319 ter, C.p., e sono tali da comprendere non solo l’intera gamma dei delitti contro la pubblica amministrazione disciplinati nel Titolo II, Capo I, del codice penale, ma anche le situazioni in cui – a prescindere dalla rilevanza penale - venga in evidenza un malfunzionamento dell’amministrazione a causa dell’uso a fini privati delle funzioni attribuite, ovvero l’inquinamento dell’azione amministrativa ab externo, sia che tale azione abbia successo sia nel caso in cui rimanga a livello di tentativo”.
4. LA METODOLOGIA SEGUITA
Analisi del contesto esterno
Si richiamano gli elementi ed i dati contenuti nelle relazioni periodiche sullo stato dell'ordine e della sicurezza pubblica, presentate al Parlamento dal Ministero dell'Interno e pubblicate sul sito della Camera dei Deputati. I dati contenuti nella “Relazione sull’attività delle forze di polizia, sullo stato dell’ordine e della sicurezza pubblica e sulla criminalità organizzata” trasmessa dal Ministro dell’Interno alla Presidenza della Camera dei deputati il 14 gennaio 2016.
Sul sito web del Governo Italiano è stato pubblicato un elenco di tali relazioni per gli anni dal 2011 al 2016 http://www.interno.gov.it/it/sala-stampa/dati-e-statistiche/relazione-parlamentosullattivita-forze-polizia-sullo-stato-dellordine-e-sicurezza-pubblica-e-sulla-criminalitaorganizzata
Analisi del contesto intero.
La predisposizione del presente Piano si è articolata in quattro fasi:
1. Pianificazione e previsione
2. Analisi dei diversi fattori di rischio
3. Progettazione del sistema di trattamento del rischio
4. Stesura del Piano Triennale di Prevenzione della Corruzione.
Con l’approvazione da parte del Consiglio del PTPCT avrà inizio l’attività di monitoraggio del Piano da parte del RPC.
4.1 Pianificazione e previsione
Nella fase di pianificazione delle attività è stato costituito il gruppo di lavoro, composto dagli avv. Francesca Fiore ed avv. Antonino Benintende, e sono state condivise le modalità con cui operare, anche tenuto conto dei tempi ristretti per l’elaborazione del documento.
Si è quindi proceduto alla individuazione dei soggetti da coinvolgere nell’attività di predisposizione del PTPCT e, in particolare, nella mappatura dei rischi, avuto riguardo ad una preliminare individuazione di due ambiti di attività oggetto di indagine:
• area istituzionale, che contempla le attività che l’Ordine svolge in base ai compiti riconosciuti dalle norme vigenti;
• area gestionale, in cui sono ricomprese le attività strumentali al perseguimento dei fini istituzionali e tutte le attività operative comunque poste in essere dall’Ordine.
I parametri numerici semplificati, applicati ed adattati ad ogni singolo processo deliberativo nell’area analizzata, rappresentano il criterio di determinazione del fattore di rischio relativo giusta quanto elaborato nell’allegato A.
L’Allegato A, ha ad oggetto i criteri di determinazione del fattore di rischio relativo applicato ad ogni singolo processo dell’area di analisi: nelle tabelle, ivi riportate, per ciascun processo è riportato il parametro numerico del Grado complessivo di rischio che nella formula matematica che precede costituisce il valore Somma Fattori di rischio relativi.
L’Allegato B ha ad oggetto la tabella riepilogativa con la indicazione dei valori di rischio complessivi per area con i dati relativi ai fattori di rischio ed alle Misure di Prevenzione adottate.
4.2 Analisi dei rischi
L’analisi dei rischi si è articolata in due fasi:
1. l’identificazione dei rischi di corruzione che caratterizzano i processi e le attività dell’Ente;
2. la valutazione del grado di esposizione ai rischi.
Queste due attività preludono al trattamento del rischio, che costituisce la terza fase del processo di risk management, che sarà analizzata nel paragrafo seguente.
Le attività di identificazione e valutazione dei rischi sono state svolte seguendo la metodologia indicata nel PNA e nei relativi allegati, in quanto applicabili.
Per ciascuna attività si è valutato quindi il rischio di commissione di reati di corruzione o contro la pubblica amministrazione, oltre che di qualsiasi comportamento abusivo nello svolgimento delle attività:
4.3 Progettazione del sistema di trattamento del rischio
La terza fase ha riguardato la progettazione del sistema di trattamento dei rischi come sopra individuati.
In questa fase sono state quindi definite le strategie di risposta al rischio e progettate delle azioni specifiche da implementare, indicando di volta in volta il soggetto responsabile della loro attuazione, allo scopo di ridurre la probabilità di manifestazione dei reati di corruzione ovvero limitarne l’impatto.
4.4. Stesura del Piano Triennale di Prevenzione della Corruzione e sua approvazione
La quarta fase del progetto ha riguardato la stesura materiale del PTPCT in vista della presentazione al Consiglio dell’Ordine, che ha provveduto ad approvarlo.
A questo proposito si deve nuovamente sottolineare come, sebbene predisposto dal RPC, il presente Piano sia un documento programmatico ed operativo della cui efficace attuazione l’intero Consiglio assume la responsabilità.
Monitoraggio
Il monitoraggio sul Piano è condotto dal RPC su base trimestrale; tra le attività in cui tale monitoraggio si sostanzia si indicano a titolo esemplificativo :
1. la verifica dell’attuazione delle misure definite nel Piano, secondo la tempistica individuata;
2. l’esame delle informazioni sulle modalità di svolgimento dei processi a rischio anche grazie all’apporto informativo dei dipendenti per quanto riguarda le attività operative;
3. l’analisi e la successiva verifica di segnalazioni relative alla commissione di reati di corruzione pervenute tramite il meccanismo del c.d. whistleblowing e anche tramite fonti esterne;
4. la verifica dell’adeguatezza delle misure previste dal Piano con l’individuazione di eventuali margini di modifica o di miglioramento del Piano sulla base di eventuali segnalazioni pervenute al RPC da parte di soggetti esterni o interni o attraverso gli esiti dell’attività di monitoraggio.
Il RPC riferisce al Consiglio sull’esito dei monitoraggi e delle iniziative adottate in occasione della prima seduta di ciascun trimestre e ogni qualvolta sia necessario.
La relazione annuale che il RPC deve redigere entro il 15 dicembre di ogni anno, secondo quanto previsto dalla Legge n. 190/2012, è presentata al Consiglio e pubblicata sul sito istituzionale.
5. LE MISURE DI CARATTERE GENERALE.
Le misure di carattere generale si riferiscono a tutte quelle azioni di prevenzione del rischio di corruzione che riguardano l'organizzazione nel suo complesso e che definiscono le caratteristiche del contesto organizzativo in cui operano le misure di controllo specifiche o particolari che riguardano, invece, i singoli processi a rischio. Le misure di carattere generale si riferiscono a:
a) le azioni poste in essere per assicurare la trasparenza delle attività realizzate dal Consiglio e dagli altri organi direttamente conducibili allo stesso;
b) l’informatizzazione dei processi;
c) l’accesso telematico a dati, documenti e procedimenti ed il loro eventuale riutilizzo;
d) il monitoraggio sul rispetto dei termini;
e) il codice di comportamento;
f) la formazione e la comunicazione del Piano.
5.1 Le misure di trasparenza: il collegamento con l’apposita sezione La trasparenza costituisce un importante principio che caratterizza l’attività di prevenzione della corruzione e della trasparenza, per prevenire la corruzione e, più in generale, qualsiasi situazione che possa provocare un malfunzionamento.
La pubblicazione costante e tempestiva di informazioni sulle attività poste in essere permette, infatti, di favorire forme di controllo diffuso anche da parte di soggetti esterni e di svolgere un'importante azione di deterrente per potenziali condotte illegali o irregolari.
L’attuazione delle disposizioni in materia di trasparenza è demandata al RPCT. Considerata l'importanza che le misure per la trasparenza rivestono anche ai fini della prevenzione della corruzione, si è provveduto ad integrare la sezione Trasparenza con particolare attenzione alla descrizione delle misure adottate. Come previsto dalla normativa cogente e al fine di consentire a chiunque interessato di esaminare le iniziative in tema di prevenzione della corruzione, il PTPCT è pubblicato sul sito web al fine di favorire forme di consultazione pubblica sul Piano, in modo da permettere a chiunque interessato di poter indicare al RPCT eventuali aspetti di miglioramento del Piano oppure segnalare irregolarità.
5.2 Il codice di comportamento
L’art. 54 del D.Lgs. n. 165 del 2001, come modificato dall’art. 1, comma 44, della L. n. 190, assegna al Governo il compito di definire un Codice di comportamento dei pubblici dipendenti “al fine di assicurare la qualità dei servizi, la prevenzione dei fenomeni di corruzione, il rispetto dei doveri costituzionali di diligenza, lealtà, imparzialità e servizio esclusivo alla cura dell’interesse pubblico.”.
In attuazione della delega il Governo ha approvato il D.P.R. n. 62 del 2013, recante il Codice di comportamento dei dipendenti pubblici. Lo strumento dei codici di comportamento è una misura di prevenzione fondamentale in quanto le norme in essi contenute regolano in senso legale ed eticamente corretto il comportamento dei dipendenti e, per tal via, indirizzano l’azione amministrativa.
Si tratta di una misura molto diffusa ed apprezzata anche negli altri Paesi europei e l’esperienza internazionale ne consiglia la valorizzazione.
Il Codice si applica ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni di cui all’art. 1, comma 2, del D.Lgs. n. 165 del 2001, il cui rapporto di lavoro è disciplinato contrattualmente, ai sensi dell’articolo 2, commi 2 e 3 del medesimo decreto.
Per il personale in regime di diritto pubblico le disposizioni del codice assumono la valenza “di principi di comportamento” in quanto compatibili con le disposizioni speciali.
In maniera del tutto innovativa, l’art. 2, comma 3, del Codice prevede l’estensione degli obblighi di condotta anche nei confronti di tutti i collaboratori dell’amministrazione, dei titolari di organi e di incarichi negli uffici di diretta collaborazione delle autorità, nonché nei confronti di collaboratori a qualsiasi titolo di imprese fornitrici di beni o servizi o che realizzano opere in favore dell’amministrazione.
Secondo quanto previsto dall’art. 54, comma 5, del D.Lgs. n. 165 del 2001 e dall’art. 1, comma 2, del Codice, ciascuna amministrazione deve definire, con procedura aperta alla partecipazione, un proprio Codice di comportamento. In ogni caso, i Codici settoriali dovranno individuare regole comportamentali differenziate a seconda delle specificità professionali, delle aree di competenza e delle aree di rischio.
L’art. 4, comma 5, del Codice precisa la soglia orientativa dei regali di modico valore, che non possono superare i 150 euro.
I Codici adottati dalle singole amministrazioni possono comunque fissare soglie più basse in relazione alle caratteristiche dell’ente e alla tipologia delle mansioni. L’art. 8 prevede espressamente l’obbligo di rispettare le misure contenute nel PTPCP e di prestare collaborazione nei confronti del responsabile della prevenzione.
Il Codice contiene una specifica disciplina per i dirigenti, compresi quelli “a contratto” e il personale che svolge una funzione equiparata a quella dirigenziale nell’ambito degli uffici di diretta collaborazione.
Con una chiara presa di posizione che marca la differenza rispetto al passato, la L. n. 190/2012 chiarisce che la violazione delle regole del Codice generale approvato con D.P.R. e dei Codici adottati da ciascuna amministrazione dà luogo a responsabilità disciplinare. Quindi, le norme contenute nei Codici di comportamento fanno parte a pieno titolo del “codice disciplinare”. Il Codice incoraggia l’emersione di valori positivi all’interno e all’esterno dell’amministrazione. Qualunque violazione del Codice di Comportamento deve essere denunciata al responsabile della prevenzione della corruzione, attraverso comunicazione scritta tramite posta elettronica.
Il presente PTPCT avrà maggiore efficacia quanti più comportamenti virtuosi e preventivi verranno posti in essere. Pertanto, accanto a misure formali, quale l’adozione del codice di comportamento e il suo aggiornamento alla normativa in divenire, esistono alcuni accorgimenti “pratici” che questa amministrazione ha già attuato ed altri che intende attuare, nella prospettiva di un lavoro in divenire, che non si ferma mai, ma elabora sempre nuove strategie.
5.3 Le misure specifiche
Fermi restando ulteriori approfondimenti o analisi condotte necessariamente dai singoli enti, l’ANAC nel PNA 2016 ha svolto una prima individuazione esemplificativa delle aree di rischio specifiche per i collegi e gli ordini professionali, ovverosia:
- la formazione professionale continua;
- il rilascio di pareri di congruità (nell’eventualità dello svolgimento di tale attività da parte di ordini e collegi territoriali in seguito all’abrogazione delle tariffe professionali);
- l’indicazione di professionisti per l’affidamento di incarichi specifici.
Per ciascuna delle tre aree di rischio sono state riportate, negli allegati, in via esemplificativa e non esaustiva, un elenco di processi a rischio, eventi corruttivi e misure di prevenzione, evidenziando che l’adozione di queste ultime richiede necessariamente una valutazione alla luce della disciplina dei singoli ordini e collegi professionali e l’effettiva contestualizzazione in relazione alle caratteristiche e alle dimensioni dei singoli ordini e collegi.
a) La Formazione professionale continua
Tale area di attività è propria del Consiglio, il quale, inoltre, esamina e valuta le richieste di accreditamento da parte di soggetti esterni. La fonte di disciplina della formazione professionale continua è il Regolamento per l’aggiornamento della competenza professionale emanato dai singoli Consigli nazionali ex art. 7, co. 3, d.p.r. 137/2012 ed eventuali linee di indirizzo/linee guida per l’applicazione dello stesso. Ciascun ordinamento professionale ha, infatti, provveduto all’emanazione di un proprio regolamento in materia di formazione, previo parere favorevole del Ministero vigilante. Per il trattamento di questa specifica area di rischio, l’ANAC ha concentrato la propria attenzione sulla corretta identificazione dei processi e sulla corrispondente individuazione del rischio e delle connesse misure di prevenzione, di cui si riporta un elenco esemplificativo.
In particolare ci si è soffermati sui seguenti processi rilevanti:
= esame e valutazione, da parte dei Consigli nazionali, della domanda di autorizzazione degli “enti terzi” diversi dagli ordini e collegi, erogatori dei corsi di formazione (ex art. 7, co. 2, d.p.r. 137/2012);
= esame e valutazione delle offerte formative e attribuzione dei crediti formativi professionali (CFP) agli iscritti;
= vigilanza sugli “enti terzi” autorizzati all’erogazione della formazione ai sensi dell’art. 7, co. 2, d.p.r. 137 del 2012, svolta in proprio da parte dei Consigli nazionali o dagli ordini e collegi territoriali;
= organizzazione e svolgimento di eventi formativi da parte del Consiglio nazionale e degli ordini e collegi territoriali.
Possibili eventi rischiosi:
= alterazioni documentali volte a favorire l’accreditamento di determinati soggetti;
= mancata valutazione di richieste di autorizzazione, per carenza o inadeguatezza di controlli e mancato rispetto dei regolamenti interni;
= mancata o impropria attribuzione di crediti formativi professionali agli iscritti;
= mancata o inefficiente vigilanza sugli “enti terzi” autorizzati all’erogazione della formazione;
= inefficiente organizzazione e svolgimento delle attività formative da parte del Consiglio nazionale e/o degli ordini e collegi territoriali.
Possibili misure:
= controlli a campione sull’attribuzione dei crediti ai professionisti, successivi allo svolgimento di un evento formativo, con verifiche periodiche sulla posizione complessiva relativa ai crediti formativi degli iscritti;
= introduzione di adeguate misure di pubblicità e trasparenza legate agli eventi formativi dei Consigli nazionali e degli ordini e collegi professionali, preferibilmente mediante pubblicazione - nel sito internet istituzionale dell’ente organizzatore - dell’evento e degli eventuali costi sostenuti;
= controlli a campione sulla persistenza dei requisiti degli “enti terzi” autorizzati all’erogazione della formazione.
Nello specifico di come tale area di rischio viene gestita e trattata dal Consiglio si ricorda che la Formazione Continua è disciplinata dal Regolamento 16 luglio 2014, n. 6 - Formazione Continua pubblicato sul sito del Consiglio Nazionale Forense il 28 ottobre 2014 - in vigore dal 1° gennaio 2015 nel testo aggiornato con le modifiche apportate dal CNF nelle sedute del 30/07/2015, 19/02/2016, 16/12/2016.
Lo scorso 25 maggio 2018, è entrato in vigore il Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016 «relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati e che abroga la direttiva 95/46/CE (Regolamento generale sulla protezione dei dati)» (si seguito RGPD) e, il successivo 19 settembre 2018, anche il decreto legislativo 10 agosto 2018, n. 101 che adegua il Codice in materia di protezione dei dati personali - decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196 - alle disposizioni del Regolamento (UE) 2016/679. Sulla compatibilità della nuova disciplina con gli obblighi di pubblicazione previsti dal d.lgs. 33/2013, l’ANAC ha dedicato un paragrafo specifico nel nuovo PNA. Occorre evidenziare, al riguardo, che l’art. 2-ter del d.lgs. 196/2003, introdotto dal d.lgs. 101/2018, in continuità con il previgente articolo 19 del Codice, dispone al comma 1 che la base giuridica per il trattamento di dati personali effettuato per l’esecuzione di un compito di interesse pubblico o connesso all’esercizio di pubblici poteri, ai sensi dell’art. 6, paragrafo 3, lett. b) del Regolamento (UE) 2016/679, «è costituita esclusivamente da una norma di legge o, nei casi previsti dalla legge, di regolamento». Inoltre il comma 3 del medesimo articolo 22 stabilisce che «La diffusione e la comunicazione di dati personali, trattati per l’esecuzione di un compito di interesse pubblico o connesso all’esercizio di pubblici poteri, a soggetti che intendono trattarli per altre finalità sono ammesse unicamente se previste ai sensi del comma 1».
Il regime normativo per il trattamento di dati personali da parte dei soggetti pubblici è, quindi, rimasto sostanzialmente inalterato restando fermo il principio che esso è consentito unicamente se ammesso da una norma di legge o di regolamento.
Pertanto, occorre che le pubbliche amministrazioni, prima di mettere a disposizione sui propri siti web istituzionali dati e documenti (in forma integrale o per estratto, ivi compresi gli allegati) contenenti dati personali, verifichino che la disciplina in materia di trasparenza contenuta nel d.lgs. 33/2013 o in altre normative, anche di settore, preveda l’obbligo di pubblicazione.
Giova rammentare, tuttavia, che l’attività di pubblicazione dei dati sui siti web per finalità di trasparenza, anche se effettuata in presenza di idoneo presupposto normativo, deve avvenire nel rispetto di tutti i principi applicabili al trattamento dei dati personali contenuti all’art. 5 del Regolamento (UE) 2016/679.
In particolare assumono rilievo i principi di adeguatezza, pertinenza e limitazione a quanto necessario rispetto alle finalità per le quali i dati personali sono trattati («minimizzazione dei dati») (par. 1, lett. c) e quelli di esattezza e aggiornamento dei dati, con il conseguente dovere di adottare tutte le misure ragionevoli per cancellare o rettificare tempestivamente i dati inesatti rispetto alle finalità per le quali sono trattati (par. 1, lett. d).
Il medesimo d.lgs. 33/2013 all’art. 7 bis, co. 4, dispone inoltre che «Nei casi in cui norme di legge o di regolamento prevedano la pubblicazione di atti o documenti, le pubbliche amministrazioni provvedono a rendere non intelligibili i dati personali non pertinenti o, se sensibili o giudiziari, non indispensabili rispetto alle specifiche finalità di trasparenza della pubblicazione». Si richiama anche quanto previsto all’art. 6 del d.lgs. 33/2013 rubricato “Qualità delle informazioni” che risponde alla esigenza di assicurare esattezza, completezza, aggiornamento e adeguatezza dei dati pubblicati.
Il Consiglio istituirà il Registro informatico delle attività di Trattamento dei dati.
5.4. Le misure di trasparenza: il collegamento con il PTTI
La trasparenza dell’attività dell’Ordine è funzionale al controllo diffuso da parte di soggetti interni o esterni all’Ente, in quanto tale idoneo a fungere da deterrente rispetto all’adozione di condotte corruttive o comunque abusive.
Tale controllo appare vieppiù opportuno considerato il carattere elettivo del Consiglio dell’Ordine i cui membri, anche grazie alla pubblicazione di atti e informazioni relativi al proprio operato, si sottopongono al giudizio dell’intera Assemblea degli iscritti all’Ordine.
Secondo quanto già anticipato, vista la stretta correlazione tra trasparenza e prevenzione della corruzione, il Programma Triennale per la Trasparenza costituisce parte integrante del presente Piano.
L’attuazione delle disposizioni in materia di trasparenza è demandata al Responsabile della Trasparenza, che è altresì RPC.
Il PTPCT è pubblicato sul sito Internet dell’Ordine; sullo stesso sito è indicata la casella del RPCT per l’invio di comunicazioni volte a segnalare eventuali violazioni delle misure preventive indicate o eventuali margini di miglioramento delle stesse.
6. IL C.D. “WHISTLEBLOWING”.
Il meccanismo del c.d. “whistleblowing” è entrato a far parte delle misure di cui il Consiglio intende avvalersi per rafforzare la propria azione di prevenzione della corruzione, in ossequio ed ottemperanza a quanto previsto dall’art. 1, comma 51, della legge n. 190/2012.
Segnalazioni e comunicazioni di comportamenti relativi a potenziali o reali fenomeni corruttivi, quindi, possono essere fatte pervenire direttamente in qualsiasi forma al RPCT che ne assicura la conservazione delle segnalazioni raccolte, garantendo l’anonimato dei segnalanti; lo stesso valuta la notizia di discriminazioni subite dal segnalante, adottando le iniziative conseguenti.
Nel caso in cui gli illeciti o le irregolarità siano imputabili a comportamenti ovvero a decisioni assunti dallo stesso RCPT, considerata la coincidenza, le comunicazioni dovranno essere indirizzate al Presidente del Consiglio dell’Ordine, che ne darà informazione agli altri componenti del Consiglio.
Come previsto dall'art. 1, comma 51, della L. n. 190/2012, il RPCT si impegna ad adottare, sia nel caso in cui vi siano episodi di corruzione sia in mancanza degli stessi, tutti i provvedimenti affinché l'identità del segnalante non sia rivelata.
L’identità del segnalante deve essere protetta in ogni contesto successivo alla segnalazione e non può essere rivelata salvo i casi espressamente previsti dalle norme di legge.
Sulla Gazzetta Ufficiale n.291 del 14 dicembre, è stata pubblicata la legge 179/2017 del 30 novembre "Disposizioni per la tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell'ambito di un rapporto di lavoro pubblico o privato". La legge, entrata in vigore il 29 dicembre 2017, disciplina la segnalazione di attività illecite nell'amministrazione pubblica o in aziende private, da parte del dipendente che ne venga a conoscenza. Chi, nell'interesse dell'integrità della PA, segnali condotte illecite di cui è venuto a conoscenza in ragione del proprio rapporto di lavoro, non potrà essere sanzionato, demansionato, licenziato, trasferito o sottoposto a misure organizzative aventi ripercussioni negative, dirette o indirette, sulle sue condizioni di lavoro.
Le segnalazioni degli illeciti potranno essere effettuate:
1) al responsabile della prevenzione della corruzione;
2) all'Anac;
3) sotto forma di denuncia all'autorità giudiziaria ordinaria o a quella contabile.
La legge evidenzia, all'art.1, che l'identità del segnalante non può essere rivelata. Nello specifico:
- nell'ambito del procedimento penale, l'identità del segnalante è coperta dal segreto nei modi e nei limiti previsti dall'articolo 329 del codice di procedura penale;
- nell'ambito del procedimento dinanzi alla Corte dei Conti, l'identità del segnalante non può essere rivelata fino alla chiusura della fase istruttoria;
- nell'ambito del procedimento disciplinare, l'identità del segnalante non può essere rivelata, ove la contestazione dell'addebito disciplinare sia fondata su accertamenti distinti e ulteriori rispetto alla segnalazione, anche se conseguenti alla stessa;
- qualora la contestazione sia fondata, in tutto o in parte, sulla segnalazione e la conoscenza dell'identità del segnalante sia indispensabile per la difesa dell'incolpato, la segnalazione sarà utilizzabile ai fini del procedimento disciplinare solo in presenza di consenso del segnalante alla rivelazione della sua identità.
Per rafforzare l’impianto normativa, nel testo di legge sono inserite anche una serie di sanzioni amministrative pecuniarie.
La tutela del dipendente, adottata da Codesto Ente, è ad oggi conforme alle previsioni contenute nella Determinazione ANAC n. 6 del 28 aprile 2015 “Linee guida in materia di tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti (c.d. whistleblower)”.
È obiettivo dell’Ordine adeguare nel corso dell’anno le previsioni di tutela già in atto sulla base di quanto disposto dalla norma di legge primaria sopra ricordata.
7. LA FORMAZIONE E LA COMUNICAZIONE.
Il RPCT provvederà - ad effettuare incontri periodici con il personale dipendente dell'Ordine diretti ad illustrare il Codice di Comportamento e le modalità operative di svolgimento del lavoro in modo tale da evitare pericoli di fenomeni corruttivi. - ad erogare le necessarie ore di formazione per ciascun dipendente sui seguenti ambiti tematici:
1) Contratti e gestione degli appalti;
2) Normativa e pratiche nel campo dell’anticorruzione e dell’analisi e della gestione del rischio;
3) Codice di comportamento dei dipendenti.
Ad ogni dipendente è stato consegnata in forma cartacea ed in forma elettronica con link sul desktop del computer in uso del D.P.R. 16 aprile 2013 n. 62 recante “Regolamento recante codice di comportamento dei dipendenti pubblici, a norma dell’articolo 54 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165”.
Ogni dipendente è stato invitato a dare rigida applicazione al Codice di Comportamento.
Inoltre, il personale in servizio e coloro che inizieranno a prestare servizio o a collaborare a qualunque titolo, all’atto della costituzione del rapporto di lavoro o di collaborazione, hanno sottoscritto una dichiarazione di presa visione del Piano e di impegno a rispettare i principi e le disposizioni in esso contenuti.
Per quel che riguarda le iniziative di comunicazione esterna, il Presente Piano, una volta adottato, viene pubblicato sul sito dell’Ente nella sezione “Amministrazione Trasparente” dandone notizia con un comunicato pubblicato in evidenza sulla homepage.
Definizione di modalità per verificare il rispetto del divieto di svolgere attività incompatibili a seguito della cessazione del rapporto.
L’art. 1, co. 42, lett. l) della l. 190/2012, ha contemplato l’ipotesi relativa alla cd. “incompatibilità successiva” (pantouflage), introducendo all’art. 53 del d.lgs. 165/2001, il co. 16-ter, ove è disposto il divieto per i dipendenti che, negli ultimi tre anni di servizio, abbiano esercitato poteri autoritativi o negoziali per conto delle pubbliche amministrazioni, di svolgere, nei tre anni successivi alla cessazione del rapporto di lavoro, attività lavorativa o professionale presso i soggetti privati destinatari dell’attività dell’amministrazione svolta attraverso i medesimi poteri.
La norma sul divieto di pantouflage prevede inoltre specifiche conseguenze sanzionatorie, quali la nullità del contratto concluso e dell’incarico conferito in violazione del predetto divieto; inoltre, ai soggetti privati che hanno conferito l’incarico è preclusa la possibilità di contrattare con le pubbliche amministrazioni nei tre anni successivi, con contestuale obbligo di restituzione dei compensi eventualmente percepiti ed accertati ad essi riferiti.
Le conseguenze della violazione del divieto di pantouflage attengono in primo luogo alla nullità dei contratti conclusi e degli incarichi conferiti all’ex dipendente pubblico dai soggetti privati indicati nella norma.
Al soggetto privato è inoltre preclusa la possibilità di stipulare contratti con la pubblica amministrazione.
Come già chiarito nel PNA 2013 e nel bando-tipo n. 2 del 2 settembre 2014 adottato dall’ANAC, le pubbliche amministrazioni sono tenute a inserire nei bandi di gara o negli atti prodromici all’affidamento di appalti pubblici, tra i requisiti generali di partecipazione previsti a pena di esclusione e oggetto di specifica dichiarazione da parte dei concorrenti, la condizione che l’operatore economico non abbia stipulato contratti di lavoro o comunque attribuito incarichi a ex dipendenti pubblici, in violazione dell’art. 53, co. 16-ter, del d.lgs. n. 165/2001 (cfr. pareri ANAC AG/8/ del 18 febbraio 2015 e AG/2 del 2015 cit.).
L’obbligo di rendere la predetta dichiarazione è stato ribadito nei bandi-tipo emanati dall’ANAC in attuazione del d.lgs. 50/2016, recante il codice dei contratti pubblici. Ai fini dell'applicazione della predetta normativa, l'Ente verifica, per il tramite del RPCT il compito di procedere ad un ulteriore verifica di quanto segue che:
1. Nei contratti di assunzione del personale sia inserita la clausola che prevede il divieto di prestare attività lavorativa (a titolo di lavoro subordinato o di lavoro autonomo) per i tre anni successivi alla cessazione del rapporto nei confronti dei destinatari di provvedimenti adottati o di contratti conclusi con l'apporto decisionale del dipendente;
2. Nei bandi di gara o negli atti prodromici agli affidamenti, anche mediante procedura negoziata, sia inserita la condizione soggettiva di non aver concluso contratti di lavoro subordinato o autonomo e comunque di non aver attribuito incarichi ad ex dipendenti che hanno esercitato poteri autoritativi o negoziali per conto delle pubbliche amministrazioni nei loro confronti per il triennio successivo alla cessazione del rapporto;
3. Sia disposta l'esclusione dalle procedure di affidamento nei confronti dei soggetti per i quali sia emersa la situazione di cui al punto precedente.
4. Si agisca in giudizio per ottenere il risarcimento del danno nei confronti degli ex dipendenti per i quali sia emersa la violazione dei divieti contenuti nell'art.53, comma 16ter, decreto legislativo n.165/2001.
Il PNA 2018 evidenzia che “Nei PTPC, quale misura volta a implementare l’attuazione dell’istituto, potrebbe essere previsto l’obbligo per il dipendente, al momento della cessazione dal servizio, di sottoscrivere una dichiarazione con cui si impegna al rispetto del divieto di pantouflage, allo scopo di evitare eventuali contestazioni in ordine alla conoscibilità della norma”.

 SEZIONE II
La Trasparenza

 1. Introduzione
Il concetto di trasparenza amministrativa si esplica attraverso l’accessibilità delle informazioni relative alla organizzazione ed alla attività del Consiglio, allo scopo di renderle più rispondenti alle esigenze degli iscritti attraverso forme diffuse di controllo sulle attività istituzionali del Consiglio.
La trasparenza, nel rispetto delle disposizioni in materia di segreto d'ufficio e di protezione dei dati personali, è condizione essenziale per garantire i principi costituzionali di eguaglianza, di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione.
Per dare attuazione all’esigenza di trasparenza amministrativa si è fatto ricorso alla pubblicazione nel sito web dell’Ordine degli Avvocati di Enna di un’apposita Sezione denominata “Amministrazione Trasparente”, il cui responsabile per l’inserimento dei dati è l’Avv. Antonino Benintende, nominato con delibera adottata dal Consiglio in data 29 gennaio 2020.
In questa sezione dedicata alla Trasparenza s’intende rendere noto a chiunque ne abbia interesse quali sono e come intende realizzare, stanti i vincoli organizzativi e finanziari, i propri obiettivi di trasparenza nel corso del periodo 2020/2022, anche in funzione di prevenzione della corruzione, in coerenza con il principio di accessibilità totale come disciplinato dalla normativa applicabile (la Legge n. 190/2012 e il D.Lgs. n. 33/2013 come modificati dal D.Lgs. n. 97/2016 nonché le delibere dell’Autorità n. 1309 e n. 1310, quest’ultima come riferimento di massima), oltre agli obiettivi individuati dall’Ente.
La complessità della normativa e delle successive linee guida dell’ANAC, emanate solo il 29/12/2016, esigono uno studio approfondito dei vari istituti e, a tal proposito, verrà svolta una specifica attività di formazione a supporto dell’implementazione degli istituti stessi e cioè:
a) l’istituto dell’accesso civico, estremamente potenziato rispetto alla prima versione del D.Lgs. n. 33/2013;
b) l’Amministrazione Trasparente, cioè la pubblicazione, sull’apposita sezione del sito internet dell’Ordine, di documenti, informazioni e dati concernenti l'organizzazione e l'attività delle pubbliche amministrazioni.
Questi due istituti sono senza dubbio la misura più concreta ed utile al fine dell’implementazione della cultura e delle buone pratiche contro la corruzione delineato dal legislatore della Legge n. 190/2012. L’art. 1 del D.Lgs. n. 33/2013, rinnovato e riformato in larga parte dal D.Lgs. n. 97/2016 prevede, infatti, che “La trasparenza è intesa come accessibilità totale dei dati e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, allo scopo di tutelare i diritti dei cittadini, promuovere la partecipazione degli interessati all'attività amministrativa e favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull'utilizzo delle risorse pubbliche.”.
Nel PNA 2016, l’ANAC dispone che la definizione delle misure organizzative per l’attuazione effettiva degli obblighi di trasparenza sia parte irrinunciabile del PTPCT. Il comma 1, lett. a) e b) dell’art. 41 del d.lgs. 97/2016, modificando la l. 190/2012, specifica che il PNA «costituisce atto di indirizzo per le pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, ai fini dell’adozione dei propri piani triennali di prevenzione della corruzione, e per gli altri soggetti di cui all’art. 2-bis, co. 2 del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, ai fini dell’adozione di misure di prevenzione della corruzione integrative di quelle adottate ai sensi del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, anche per assicurare l’attuazione dei compiti di cui al comma 4, lettera a)».
In conseguenza della cancellazione del programma triennale per la trasparenza e l’integrità, ad opera del D.Lgs. n. 97/2016, l’individuazione delle modalità di attuazione della trasparenza è, pertanto, parte integrante del PTPCT nella presente “apposita sezione”, espressamente dedicata alla Trasparenza.
2. Fonti normative.
Le principali fonti normative per la stesura della presente Sezione al Piano Integrato sono il Decreto Legislativo n. 33/2013 e le Delibere n. 2/12 della CIVIT (ora ANAC) e n. 50/2013 dell’ANAC.
Si precisa che è stato consultato il decreto legislativo 25 maggio 2016, n. 97 “Revisione e semplificazione delle disposizioni in materia di prevenzione della corruzione, pubblicità e trasparenza, correttivo della legge 6 novembre 2012, n. 190 e del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, ai sensi dell'articolo 7 della legge 7 agosto 2015, n. 124, in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche” (G.U. 8 giugno 2016, n. 132); inoltre, è stato consultato anche il Piano Nazionale Anticorruzione 2016 pubblicato in Gazzetta Ufficiale, serie generale, n. 197 del 24 agosto 2016 approvato in via definitiva dall’Autorità Nazionale Anticorruzione con delibera n. 831 del 3 agosto 2016.
Il comma 1, lett. a) e b) dell’art. 41 del d.lgs. 97/2016, modificando la l. 190/2012, specifica che il PNA «costituisce atto di indirizzo per le pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, ai fini dell’adozione dei propri piani triennali di prevenzione della corruzione, e per gli altri soggetti di cui all’art. 2-bis, co. 2 del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, ai fini dell’adozione di misure di prevenzione della corruzione integrative di quelle adottate ai sensi del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, anche per assicurare l’attuazione dei compiti di cui al comma 4, lettera a)».
In particolare l’Autorità ha individuato a titolo esemplificativo tre aree di rischio specifiche per gli Ordini Professionali:
- formazione professionale continua
- rilascio di pareri di congruità
- indicazioni di professionisti per l’affidamento di incarichi specifici.
Per ciascuna area è stato riportato un elenco di processi a rischio, eventi corruttivi e misure di prevenzione, elementi che hanno richiesto una contestualizzazione in relazione alle dimensioni e caratteristiche dei singoli Ordini.
Di conseguenza, essendo la materia della formazione di competenza del Consiglio, si svilupperà all’interno del presente Piano una specifica sezione come di seguito indicata.
La Formazione professionale continua.
Tra le principali attività del Consiglio vi è sicuramente la formazione e l’aggiornamento professionale a garanzia della valorizzazione e riqualificazione del ruolo dell’Avvocato.
L’organizzazione di corsi di perfezionamento, seminari di approfondimento, convegni, congressi e momenti di studio ha reso il Consiglio attivo nei confronti degli iscritti all’Ordine di Enna attraverso l’offerta di considerevoli piani formativi, proposti.
Per il trattamento di questa particolare area di rischio si è concentrata l’attenzione sulla corretta identificazione dei processi e sulla corrispondente individuazione del rischio e delle connesse misure di prevenzione, di cui si riporta un elenco esemplificativo.
Processi e procedimenti rilevanti:
- esame e valutazione della domanda di accreditamento dei soggetti terzi diversi dagli Ordini, erogatori dei corsi di formazione;
- esame e valutazione delle offerte formative e l’attribuzione dei crediti formativi professionali (CFP) agli iscritti;
- vigilanza sugli “enti terzi” autorizzati all’erogazione della formazione ai sensi dell’art. 7, co. 2, DPR 137/2012, svolta in proprio da parte dei Consigli Nazionali o degli Ordini e Collegi territoriali;
- organizzazione e svolgimento di eventi formativi da parte del Consiglio Nazionale e degli Ordini e Collegi territoriali.
Possibili eventi rischiosi:
- alterazioni documentali volte a favorire l’accreditamento di determinati soggetti;
- mancata valutazione di richieste di accreditamento, per carenza o inadeguatezza di controlli e mancato rispetto dei regolamenti interni;
- mancata o impropria attribuzione di crediti formativi professionali agli iscritti;
- mancata o inefficiente vigilanza sugli “enti terzi” autorizzati all’erogazione della formazione;
- inefficiente organizzazione e svolgimento delle attività formative da parte del Consiglio Nazionale e/o degli Ordini e Collegi territoriali.
Possibili misure:
- controlli a campione sull’attribuzione dei crediti ai professionisti, successivi allo svolgimento di un evento formativo, con verifiche periodiche sulla posizione complessiva relativa ai crediti formativi degli iscritti;
- adeguate misure di pubblicità e trasparenza legate agli eventi formativi mediante pubblicazione - nel sito istituzionale - dell’evento e degli eventuali costi sostenuti, oltre che della modulistica necessaria per ottenere l’accreditamento.
Si noti che la materia della formazione continua, che costituisce un obbligo deontologico per ciascuno degli iscritti, è regolamentata da specifiche norme.
Come ricordato anche dal Consiglio Nazionale Forense nell’esercizio della professione, l’avvocato è tenuto a realizzare il principio di competenza a vantaggio dell’interesse pubblico – e quindi dei cittadini - alla corretta prestazione professionale ed alla migliore amministrazione della giustizia.
A questo fine, è tenuto a curare la formazione nell’arco di tutta la vita professionale. Il dovere di formazione continua è stato dapprima introdotto nel Codice deontologico forense e disciplinato dal CNF con un proprio regolamento adottato a luglio 2007. Ora tale dovere è consacrato, divenendo obbligo di legge, nell’articolo 11 della Nuova disciplina dell’ordinamento professionale forense (Legge n. 247/2012) e nel regolamento CNF attuativo della riforma (n. 6/2014); oltre che nel Nuovo Codice deontologico forense.
Si rimanda alla specifica sezione del sito del Consiglio Nazionale Forense.
3. Contenuti
Per dare attuazione alle disposizioni di legge sul tema della trasparenza è stata realizzata la Sezione Amministrazione Trasparente del sito web del Consiglio dell’Ordine.
La Sezione Amministrazione Trasparente ha un link sulla Home Page del sito web del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Enna che trasferirà l’utente alle singole pagine web di rilevanza specifica.
All’interno di ogni successiva pagina si potranno attingere le notizie e le informazioni ostensibili per legge nel rispetto del segreto d’ufficio e della protezione dei dati personali ai sensi del D.Lgs. n. 196/2003.
5. Accesso Civico e Accesso Generalizzato
A seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 97/2016, l’accesso civico si configura come diritto ulteriore sia al diritto di accesso che all’amministrazione trasparente, nel senso che è molto più ampio per diventare generalizzato nei confronti di ogni “documento, informazione o dato” detenuto dalla pubblica amministrazione. Rammentiamo, nella fattispecie come: fino al 2013 nel nostro ordinamento il diritto di accesso agli atti era previsto, oltre che da alcune norme speciali, dagli art. 24 e seguenti della Legge n. 241/1990 e regolamentato dal DPR n. 184/2006; con l’emanazione del D.Lgs.33/2013 è stato introdotto l’accesso civico limitato a tutti gli atti che devono essere pubblicati in Amministrazione Trasparente, cioè sul sito internet istituzionale di questo Ente.
Il D.Lgs. n. 97/2016, modificando il D.Lgs.33/2013, introduce l’accesso civico generalizzato.
L’Anac con Delibera n. 1309 del 28 dicembre 2016 ha emanato le LINEE GUIDA RECANTI INDICAZIONI OPERATIVE AI FINI DELLA DEFINIZIONE DELLE ESCLUSIONI E DEI LIMITI ALL'ACCESSO CIVICO DI CUI ALL’ART. 5 CO. 2 DEL D.LGS. 33/2013.
L’art. 5-bis, comma 6, del d.lgs. n. 33 del 14/03/2013 recante «Riordino della disciplina riguardante il diritto di accesso civico e gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni».
Le suddette linee guida hanno a oggetto la “definizione delle esclusioni e dei limiti” all’accesso civico a dati non oggetto di pubblicazione obbligatoria disciplinato dagli artt. 5 e 5 bis del decreto trasparenza.
Tale nuova tipologia di accesso (d’ora in avanti “ACCESSO GENERALIZZATO”), delineata nel novellato art. 5, comma 2 del decreto trasparenza, ai sensi del quale “chiunque ha diritto di accedere ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, ulteriori rispetto a quelli oggetto di pubblicazione ai sensi del presente decreto, nel rispetto dei limiti relativi alla tutela di interessi pubblici e privati giuridicamente rilevanti, secondo quanto previsto dall’art. 5-bis”, si traduce, in estrema sintesi, in un diritto di accesso non condizionato dalla titolarità di situazioni giuridicamente rilevanti ed avente ad oggetto tutti i dati e i documenti e informazioni detenuti dalle pubbliche amministrazioni, ulteriori rispetto a quelli per i quali è stabilito un obbligo di pubblicazione.
La ratio della riforma risiede nella dichiarata finalità di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche e di promuovere la partecipazione al dibattito pubblico (art. 5, comma 2 del decreto trasparenza).
L’accesso generalizzato non sostituisce l’accesso civico “semplice” (d’ora in poi “accesso civico”) previsto dall’art. 5, comma 1 del decreto trasparenza, e disciplinato nel citato decreto già prima delle modifiche ad opera del d.lgs. 97/2016.
L’accesso civico rimane circoscritto ai soli atti, documenti e informazioni oggetto di obblighi di pubblicazione e costituisce un rimedio alla mancata osservanza degli obblighi di pubblicazione imposti dalla legge, sovrapponendo al dovere di pubblicazione, il diritto del privato di accedere ai documenti, dati e informazioni interessati dall’inadempienza.
I due diritti di accesso, pur accomunati dal diffuso riconoscimento in capo a “chiunque”, indipendentemente dalla titolarità di una situazione giuridica soggettiva connessa, sono quindi destinati a muoversi su binari differenti, come si ricava anche dall’inciso inserito all’inizio del comma 5 dell’art. 5, “fatti salvi i casi di pubblicazione obbligatoria”, nel quale viene disposta l’attivazione del contraddittorio in presenza di controinteressati per l’accesso generalizzato. L’accesso generalizzato si delinea come affatto autonomo ed indipendente da presupposti obblighi di pubblicazione e come espressione, invece, di una libertà che incontra, quali unici limiti, da una parte, il rispetto della tutela degli interessi pubblici e/o privati indicati all’art. 5 bis, commi 1 e 2, e dall’altra, il rispetto delle norme che prevedono specifiche esclusioni (art. 5 bis, comma 3). L’accesso generalizzato deve essere anche tenuto distinto dalla disciplina dell’accesso ai documenti amministrativi, di cui agli articoli 22 e seguenti della legge 7 agosto 1990, n. 241 (d’ora in poi “accesso documentale”). La finalità dell’accesso documentale ex l. 241/90 è, in effetti, ben differente da quella sottesa all’accesso generalizzato ed è quella di porre i soggetti interessati in grado di esercitare al meglio le facoltà partecipative e/o oppositive e difensive – che l'ordinamento attribuisce loro a tutela delle posizioni giuridiche qualificate di cui sono titolari.
Più precisamente, dal punto di vista soggettivo, ai fini dell’istanza di accesso ex lege 241, il richiedente deve dimostrare di essere titolare di un «interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è chiesto l'accesso». Mentre la legge 241/90 esclude, inoltre, perentoriamente l’utilizzo del diritto di accesso ivi disciplinato al fine di sottoporre l’amministrazione a un controllo generalizzato, il diritto di accesso generalizzato, oltre che quello “semplice”, è riconosciuto proprio “allo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche e di promuovere la partecipazione al dibattito pubblico”.
Dunque, l’accesso agli atti di cui alla l. 241/90 continua certamente a sussistere, ma parallelamente all’accesso civico (generalizzato e non), operando sulla base di norme e presupposti diversi.
In sostanza, con l’accesso generalizzato, come già evidenziato, essendo l’ordinamento ormai decisamente improntato ad una netta preferenza per la trasparenza dell’attività amministrativa, la conoscibilità generalizzata degli atti diviene la regola, temperata solo dalla previsione di eccezioni poste a tutela di interessi (pubblici e privati) che possono essere lesi/pregiudicati dalla rivelazione di certe informazioni. Sotto il profilo dell’ambito oggettivo, l’accesso civico generalizzato è esercitabile relativamente “ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni (fra cui anche gli Ordini), ulteriori rispetto a quelli oggetto di pubblicazione”, ossia per i quali non sussista uno specifico obbligo di pubblicazione.
I limiti (esclusioni relative o qualificate) al diritto di accesso generalizzato derivanti dalla tutela 36 di interessi privati.
Il decreto trasparenza ha previsto, all’art. 5-bis, comma 2, che l’accesso generalizzato è rifiutato se il diniego è necessario per evitare il pregiudizio concreto alla tutela degli interessi privati specificamente indicati dalla norma e cioè: a) protezione dei dati personali b) libertà e segretezza della corrispondenza c) interessi economici e commerciali di una persona fisica o giuridica, ivi compresi proprietà intellettuale, diritto d'autore e segreti commerciali.
Ai fini della completa attuazione delle disposizioni sull’accesso civico di cui all’art. 5 del D.Lgs. n. 33/2013, gli interessati presentano apposita istanza al RPCT, secondo i moduli di richiesta di accesso civico “e accesso generalizzato che saranno pubblicati nella sezione Amministrazione trasparente.
Le richieste di accesso civico e di accesso generalizzato possono essere inviate all’indirizzo pec Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..
Per completezza di informazione sul sito dell’Ente sono altresì pubblicate le Linee Guida ANAC n. 1309 del 28/12/2016 le quali contengono uno specifico allegato contenente la “Guida Operativa all’accesso generalizzato” a cui si rimanda.

 

 Il Consiglio 

 

 

 

 

 

 

 

 

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